Aung San Suu Kyi sotto processo

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, dopo aver passato tredici anni agli arresti domiciliari, è stata condotta ieri in tribunale per essere processata a porte chiuse dal regime del Myanmar. Il motivo ufficiale di tale accanimento, che porta il simbolo della ribellione al potere forte di Rangoon a rischiare cinque anni di carcere, è quello di aver accolto e rifocillato il mormone americano John William Yettaw. Quest’ultimo il 6 maggio aveva attraversato a nuoto il lago Inya per raggiungerla a casa sua.

Figlia di un eroe nazionale, Aung San che aveva negoziato l’indipendenza della nazione dal Regno Unito nel 1947, e di Khin Kyi, ambasciatrice in India nel 1960, Aung San Suu Kyi ebbe la possibilità di frequentare le migliori scuole indiane e inglesi conseguendo, alla fine del suo percorso di studio, una laurea in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia ad Oxford. Dopo aver lavorato per le Nazioni Unite nel 1988 fece ritorno in Birmania per accudire la madre malata. Quando il generale Saw Maung ebbe instaurato il regime militare tuttora al potere fondò la Lega Nazionale per la Democrazia. Le fu così offerto di abbandonare il paese in cambio della libertà, ma rifiutò la proposta dei generali. Nel 1990 vinse le elezioni, sarebbe quindi dovuta diventare Primo Ministro, ma il voto venne annullato. Il 30 maggio del 2003, dopo la maggiore libertà concessale grazie alle pressioni esercitate dalle Nazioni Unite, un gruppo di militari aprì il fuoco uccidendo numerose persone fra i suoi sostenitori. Lei riuscì a salvarsi, ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari che sarebbero dovuti finire fra qualche giorno.

Federico Rampini su Repubblica mette in dubbio le intenzioni del turista americano, il vero colpevole di tutta questa storia, che avrebbe dichiarato alle autorità di voler consegnare una Bibbia al premio Nobel. Sempre Rampini, nello stesso articolo, osserva che superare le forze di sicurezza attorno all’abitazione di Aung San Suu Kyi è, diciamo, piuttosto difficile. Quale che sia la verità è palese che l’accusa sia semplicemente un pretesto per tenere sotto controllo l’opposizione. Aung San Suu Kyi difatti fa ancora paura. Lo dimostra anche la reazione del regime alla pressione internazionale. E’ stata negata la possibilità ad alcuni ambasciatori di andare a trovarla in carcere per verificare le sue condizioni di salute.

In Italia l’appello in favore della detenuta che ha fatto più rumore è stato quello della senatrice a vita Rita Levi Montalcini che ha chiesto la sua liberazione. Per esperienza noi della Laogai foundation Italia sappiamo, purtroppo, che gli interessi in gioco sono tanti e non solo Cinesi e Russi (questi ultimi hanno firmato un contratto per la costruzione di un reattore nucleare) e che l’opinione pubblica, come è già accaduto innumerevoli volte in passato, fa presto a dimenticare. Tuttavia crediamo anche che alla base di ogni lotta che ha avuto successo, vedi quella del Mahatma Gandhi di cui Aung San Suu Kyi è profonda ammiratrice, vi sia, oltre alla convinzione profonda di essere nel giusto, la consapevolezza che continuare a combattere sia l’unica scelta possibile per raggiungere la luce alla fine del tunnel.

Marco Martinelli

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.