Asus non cede ai diktat del Pcc: via il cloud dalla Cina

Numerose multinazionali dell’informatica hanno capitolato di fronte alle pressioni del regime cinese, cedendo i dati privati dei propri utenti. Asus no: il produttore di computer ed elettronica di consumo di Taiwan, ha annunciato il ritiro completo dal mercato cinese dei server di archiviazione (cloud storage) per evitare la costrizione ad attenersi alle recenti intrusive regolamentazioni legali imposte dal Partito Comunista Cinese.

Jonney Shih presidente di Taiwan AsusTek Computer. Asus ha desciso di rirtirarsi dal mercato cinese il 1 maggio, per non accondiscendere alla legge della sorveglianza informatica cinese, che impone alle compagnie estere di cedere i dati dei propri utenti ad aziende statali cinesi, dove possono essere controllati dal Governo centrale del regime. 30 maggio 2016 (Sam Yeh:AFP:Getty Images)

La dittatura di Pechino ha varato nel 2015 una legge sulla sorveglianza informatica il cui scopo è di imporre un più stretto controllo sulle tecnologie e la rete internet del Paese.
La ratio di tutte le normative cinesi sui servizi web-based, impone alle aziende che forniscano tecnologie o servizi internet di depositare tutti i dati dei propri cloud in server fisicamente localizzati nel territorio cinese (che in quanto tali sono completamente soggette al controllo di Pechino).

Tali obblighi hanno suscitato in tutte aziende occidentali forti dubbi e discussioni sull’opportunità o meno di rimanere nel mercato cinese o di uscirne, anche a costo di perdere una grossa fetta del mercato mondiale.
Apple ha deciso di rimanere, e ha chinato il capo. Ma Asus – uno dei maggiori produttori di personal computer, portatili, schede madri e altri componenti – ha annunciato questa settimana che il 1 maggio di quest’anno ritirerà i suoi servizi di Asus Cloud storage per il territorio cinese e chiuderà il suo data center di Shangai.
Gli utenti cinesi che vorranno continuare a usare il loro Asus WebStorage dopo il primo maggio, dovranno trasferire i loro account prima di tale data nei server di altri Paesi.
Fuori della Cina attualmente Asus possiede infatti i propri centri di cloud storage a Taiwan, negli Stati Uniti e nel Lussemburgo.

Wu Hen-Zhuang, amministratore delegato di Asus Cloud, ha dichiarato senza mezzi termini che il rifiuto di attenersi di diktat della dittatura cinese è stata la ragione primaria del ritiro; la seconda: la fortissima competizione scatenatasi di recente nel mercato cinese del cloud.
Asus ha un portafoglio di 70 milioni di utenti e 1.200 imprese in tutto il mondo, e  il mercato cinese prende solo il 10% dell’Asus Cloud.

L’azienda taiwanese ha fatto una scelta diametralmente opposta a quella di Apple, che a gennaio 2018 ha ufficialmente annunciato di aver ceduto e trasferito i propri server di archiviazione iCloud storage degli utenti cinesi alla Guizhou Cloud Big Data (Gcbd), una controllata del regime cinese con sede a Guizhou.
Il gigante tecnologico americano si è giustificato sostenendo di non aver avuto altra scelta se non accondiscendere alle nuove leggi di sicurezza informatica del regime cinese. Evidentemente, Asus aveva un’altra scelta.

Una precedente inchiesta dell’edizione inglese del nostro giornale ha rivelato che la Guizhou Cloud Big Data (Gcbd) è registrata come azienda statale della Commissione di Lavoro per la Difesa nazionale del Comitato del Partito provinciale di Guizhou. È insomma una delle numerose aziende cinesi sottoposte al Ministero dell’Industria e dell’Informatica, e che gli esperti affermano essere legata a doppio filo all’esercito.

Il Gigante di Cupertino non ha risposto alle domande della redazione di Epoch Times Usa sul fatto che la sua decisione premetterà alle spie della dittatura cinese di avere completo accesso ai dati privati degli utenti cinesi.
In un’intervista precedente, Ying-Yu Lin, professore all’Istituto di strategia e affari internazionali dell’Università di Chung Cheng di Taiwan, ha detto che le norme coercitive del regime cinese imposte a società straniere in Cina come l’iCloud di Apple, potrebbero essere motivate non solo dall’obiettivo di controllare i dati degli utenti, ma anche di acquisire tecnologie di importanza cruciale come il cloud computing, che può avere applicazioni militari.

In quanto azienda taiwanese, i servizi di Asus Cloud sono stati utilizzati da numerosi clienti e imprese di Taiwan come il Ministero degli Affari Economici, il Ministero dei Trasporti e il Governo della città di Taipei. Se Asus si fosse sottomessa ai diktat di Pechino, le conseguenze per la sicurezza nazionale di Taiwan avrebbero potuto essere di vasta portata.

Con Apple iCloud che cade nelle mani del regime cinese e Asus WebStorage che si ritira dalla Cina continentale, gli utenti cinesi ora hanno poche o nessuna delle opzioni disponibili per archiviare i dati in modo sicuro in un cloud.
Attualmente, i tre principali fornitori di servizi di cloud storage più utilizzati in Cina sono Baidu, Huawei e 360 ​​Yunpan. Tutte e tre le società cinesi sono profondamente legate al regime cinese e hanno anche collaborato con gli sforzi del regime per mantenere il suo Grande Firewall di censura e controllo globale dell’internet cinese.

Gli utenti cinesi a oggi non hanno libero accesso a gran parte  delle informazioni e delle notizie di internet: possono accedere solo ai contenuti che la censura ritiene non pericoloso per il Pcc.

Fonte,Epoch Times,21 /02/2018,http://epochtimes.it/news/asus-non-cede-ai-dikat-del-pcc-via-il-cloud-dalla-cina/

Articolo in inglese: 

In Sharp Contrast to Apple, Asus Bows Out of China’s Cloud Storage Market to Protect Private User Data

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