A Shanghai i falsi sono veri

Un paio di giubbotti Diesel della collezione 2010 fa visibilmente capolino in mezzo a un minestrone di magliette, casacche, camicie e pantaloni. «Certo che sono originali, guardi che qualità» dice la commessa mostrando le finiture. Sugli scaffali, in mezzo a tanti falsi d’autore, sono appesi altri capi originali griffati dai marchi della moda più disparati. Basta avere la pazienza di cercarli e la fortuna di trovare la taglia giusta.
Di negozietti d’abbigliamento come questi, nella zona tutt’intorno alla vecchia Concessione Francese, negli ultimi mesi ne sono spuntati a centinaia. Sono piccoli, vendono di tutto un po’ (dipende da cosa trovano sul mercato), e hanno prezzi assai più elevati delle botteghe che smerciano solo merci contraffatte. Ma, a differenza di queste ultime, la loro clientela di riferimento è prevalentemente cinese.
Il mercato domestico del Dragone è entrato in una fase di espansione sostenuta. Lo dicono le statistiche che, sebbene vadano prese con beneficio d’inventario perché includono anche alcune spese della pubblica amministrazione, evidenziano una crescita mensile dei consumi interni costantemente superiore al 15 per cento. E lo confermano fenomeni come quello del boom delle nuove boutique d’abbigliamento shanghainesi, che a prima vista possono apparire marginali, ma che in realtà sono la punta dell’iceberg di un cambiamento radicale della struttura dei consumi cinesi.
La domanda è cambiata e l’offerta si è adeguata simultaneamente. I due giubbotti Diesel appesi nella bottega affacciata sulla Changle Lu lo dimostrano. «Per soddisfare un mercato interno sempre più avido di griffe, i produttori usano ormai ogni tipo di stratagemma per aumentare i loro volumi anche a costo di sconfinare nell’illegalità» spiega la general manager cinese di un trader internazionale di abbigliamento.
Gli “stratagemmi” per accaparrarsi qualche pezzo delle collezioni moda fresche di stagione sono sostanzialmente tre. Il primo è il vecchio sistema di piazzare sul mercato la sovrapproduzione fisiologica di una commessa, o gli scarti per difetti di fabbricazione, all’insaputa del committente. Il secondo è sviluppare una produzione parallela della collezione, magari utilizzando materiali più scadenti per abbattere i costi: è così che escono le cosiddette copy one to one, cioè repliche perfette del modello originale.
Il terzo è un capolavoro d’astuzia. I produttori raccolgono l’ordine dal committente estero. Poi con la lettera di credito inviata da quest’ultimo si fanno finanziare da una banca cinese e così danno inizio alla produzione. Ma quando la commessa è pronta, anziché onorare il contratto con la controparte straniera, accampano le scuse più strampalate per non consegnare la merce che poi vendono sul mercato locale guadagnandoci molti di più.
«Purtroppo queste inadempienze sono sempre più frequenti – racconta sconfortato un trader tessile straniero – Proprio settimana scorsa, un paio di giorni prima del giorno pattuito per la fine del lavoro, la fabbrica mi ha rispedito la lettera di credito chiedendomi di pagare la merce in contanti. Il problema è che contro queste mascalzonate le imprese straniere non hanno alcuna tutela contrattuale».
I capi di abbigliamento sottratti alle commesse delle aziende straniere si disperdono poi nei mille rivoli dei canali di distribuzione locali, ed è questa la ragione per cui è impossibile perseguire i responsabili. Tra questi canali ci sono i negozietti spuntati di recente come funghi nelle grandi città, ma anche i centri commerciali aperti dagli stessi produttori in prossimità dei distretti tessili, che ospitano al loro interno veri e propri corner marchiati illegalmente.
Insomma, per molte aziende straniere del settore tessile-abbigliamento (soprattutto quelle di taglia medio-piccola che producono per conto terzi) il boom della domanda interna cinese anziché migliorare le cose, le ha peggiorate notevolmente. La ragione è semplice: gli interessi dei produttori cinesi, cioè di decine di migliaia di aziende concentrate nei grandi poli del tessile come Wenzhou, Ningbo, Changsu, Wuxi, e quelli delle aziende straniere che per vent’anni hanno usato la Cina come piattaforma manifatturiera divergono sempre di più.
Nelle nuove condizioni di mercato, infatti, i padroni della filiera tessile preferiscono servire i consumatori cinesi perché possono spuntare profitti di gran lunga maggiori. Ecco perché il rapporto con i vecchi committenti, a parte ovviamente i colossi mondiali del settore che piazzano ordini colossali e con i quali è vietato sgarrare, si va facendo sempre più difficile e contrastato.
«Negli ultimi mesi, la situazione è diventata insostenibile – si lamenta Massimiliano Martinello, imprenditore che da quindici anni opera in Cina nel settore tessile – Ormai le fabbriche cinesi pensano solo a soddisfare la domanda interna, e così è diventato impossibile lavorare con loro. Anche i vecchi fornitori, con i quali in passato avevamo sviluppato tanti progetti importanti, non sono più affidabili. Sono tutti strapieni di lavoro, e così prendono in carico gli ordini e poi non li rispettano lasciandoti in mezzo ai guai».
A sentire queste storie, i bei tempi quando l’Italia e il resto del mondo s’azzuffavano con la Cina sulla questione delle quote tessili sembrano davvero un pallido ricordo di tempi preistorici.

COME FUNZIONA
Prezzi variabili
I capi d’abbigliamento sottratti alle commesse delle aziende straniere si disperdono nei mille rivoli dei canali di stribuzione locali. Non solo i mille negozietti spuntati come funghi a Shanghai, ma anche i centri commerciali aperti dagli stessi produttori cinesi in prossimità dei distretti tessili, che ospitano corner con marchi illegali come quello di “Only”.
I prezzi di questi capi di abbigliamento variano in funzione della quantità: chi compra di più paga di meno. Le etichette del prezzo di magliette e altri indumenti parlano chiaro.

Fonte: Agi Cina 24, 2 luglio 2010

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