Moglie del dissidente uiguro incarcerato Zhang Haitao lasciata senza reddito

La moglie dell’attivista, impegnato nella difesa dei diritti umani, Zhang Haitao, ora in carcere per le critiche circa il trattamento del PCC sul gruppo etnico a maggioranza musulmana uigura, ha riferito di essere stata lasciata senza reddito e che ora si basa esclusivamente sui parenti per sfamare il figlio.

Li Aijia, moglie dell’attivista per i diritti umani Zhang Haitao con il loro figlio

Le autorità nello Xinjiang lo hanno incarcerato il mese scorso con una condanna di 19 anni con l’accusa di sovversione e spionaggio, dopo aver criticato apertamente la politica del governo nella tormentata regione.

“In questo momento i miei parenti ci stanno aiutando a prendermi cura dei nostri bambini, ma non saremo in grado di dipendere da altre persone a tempo indeterminato,” a dichiarato la moglie di Zhang, Li Aijie, a Radio Free Asia.

“Non ho abbastanza latte per il bambino, che ora sta utilizzando il latte artificiale”, ha detto Li, aggiungendo di aver ricevuto alcune donazioni da sostenitori e amici: “ma non sarà nemmeno sufficiente a pagare gli avvocati”.

Chi è Zhang Haitao, il dissidente (han) che criticava il governo centrale

Zhang Haitao è nato nell’Henan è si è spostato nella provincia nord-occidentale per cercare fortuna. Dopo essere stato arrestato e brutalizzato senza alcun motivo, si è avvicinato alla causa dei diritti umani. Le sue critiche online hanno scatenato le autorità: una sentenza così dura, dice il suo avvocato, è una sorpresa. La moglie e il figlio di un mese rischiano di essere cacciati di casa: “Non temo nulla perché le cose non possono andare peggio di così”.

Urumqi (AsiaNews) – La Corte intermedia di Urumqi, nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang, ha condannato a 19 anni di prigione l’attivista per i diritti umani Zhang Haitao. La sentenza è stata emessa lo scorso 15 gennaio, come riporta China Change. Zhang, 44 anni, è stato riconosciuto colpevole di “incitamento alla sovversione contro il potere dello Stato” e di “rintracciare e fornire in maniera illegale all’estero documenti di intelligence”. Il tribunale ha anche ordinato la confisca dei suoi beni personali, per un valore di 120mila yuan (circa 18mila euro). Le accuse includono la pubblicazione online di articoli che attaccano il socialismo, l’aver sostenuto il lavoro dei media internazionale e “l’aver diffuso pettegolezzi”.

La durissima sentenza comminata nei confronti di Zhang, cinese di etnia han, è arrivata a sorpresa sia per l’avvocato che per la famiglia dell’attivista. Il legale Li Dunyong, che lo rappresenta, spiega a China Change che ritiene la pena “molto collegata” al fatto che il suo assistito viva nello Xinjiang e abbia criticato le politiche del governo centrale nei confronti della provincia.

Il dissenso in questa provincia remota del Paese, che vanta una grande popolazione di etnia uighura, spesso viene ripagato con particolare durezza. “Essere di etnia han non garantisce protezione”, dice l’avvocato Li. Nel 2014, l’attivista democratico Zhao Haitong – anche lui han e anche lui residente nella provincia – è stato condannato a 14 anni di prigione per “aver incitato alla sovversione contro il potere dello Stato”.

Li Aijie, moglie di Zhang, aggiunge: “La condanna a 19 anni è decisamente ridicola. Conosco mio marito e so che è un uomo molto onesto. L’unica cosa che ha fatto è stata dire delle cose oneste su internet. Accusarlo di aver fornito documenti riservati all’estero va oltre il ridicolo. Ha fornito informazioni sulle questioni relative ai diritti umani a media stranieri come Radio Free Asia e Sound of Hope, ma non c’era nulla di segreto in queste informazioni. Erano tutte di pubblico dominio”.

La polizia di Urumqi ha detenuto con accuse criminali Zhang nel giugno 2015 con le prime accuse di “incitare l’odio etnico” e la “discriminazione etnica”; più tardi ha formalizzato l’arresto con l’accusa di “aver incitato sommosse e provocare disturbi sociali”. Dopo circa cinque mesi di detenzione, le accuse sono divenute “sovversione del potere statale”.

Nato nella provincia dell’Henan, Zhang è arrivato nello Xinjiang negli anni Novanta per entrare nel commercio di apparecchi elettronici dopo essere stato licenziato da una compagnia statale. Nell’aprile del 2009, mentre era in vacanza nella sua casa natale di Nanyang (Henan), un gruppo di poliziotti di Urumqi è entrato in casa e ha portato Zhang alla stazione, per poi metterlo su un treno diretto nello Xinjiang. Durante il viaggio la polizia lo ha ammanettato e maltrattato, impedendogli persino l’uso della toilette. Dopo 30 giorni di interrogatorio in un “centro di detenzione”, per una sospetta frode da lui compiuta a Urumqi, è stato rilasciato.

Dopo il rilascio Zhang ha cercato giustizia e spiegazioni per la detenzione, avvenuta in maniera illegale e senza alcuna notifica formale, attraverso un’azione legale. Inoltre ha presentato una petizione a diversi uffici del governo, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Attraverso i suoi numerosi – e falliti – tentativi di ottenere giustizia, Zhang ha realizzato in maniera graduale quanto sia malato il sistema politico cinese e ha iniziato a pubblicare online articoli critici nei confronti del governo.

Allo stesso tempo ha iniziato ad aiutare altri che, come lui, presentavano petizioni inutilmente. Li ha conosciuti e ha sentito le loro storie di sofferenza sempre sulla Rete. Zhang diviene un volontario per il sito “Human Rights Campaign”, che si occupa di diritti umani: nel 2010 firma una petizione che chiede al governo di abolire con urgenza il sistema di detenzione noto come “Rieducazione tramite il lavoro”.

Negli ultimi cinque anni Zhang ha vissuto sotto la costante sorveglianza della polizia. Quando si avvicinavano l’anniversario del massacro di piazza Tiananmen o i “Due Meeting” [dell’Assemblea del Popolo e della Conferenza consultiva ndt] veniva messo in prigione per impedirgli di commemorare le vittime o creare “instabilità”.

La moglie Li Aijie dice a China Change di temere ora la confisca dell’appartamento di proprietà sua e del marito: “Non abbiamo soldi. L’unico modo in cui possono ottenere i 120mila yuan confiscati dalla sentenza del tribunale è vendere il nostro appartamento. Diversi funzionari civili sono già venuti tante volte per vedere il certificato di proprietà. Il governo è determinato a farci andare via dallo Xinjiang, ma dove possiamo andare io e mio figlio?”. Zhang e Li hanno un bambino che ha appena compiuto un mese.

Quando gli è stato chiesto se non teme che dando interviste ai media stranieri possa subire nuove ritorsioni, Li ha risposto: “Non c’è nulla più di cui avere paura. Guardate in che situazione ci troviamo: come possono andare peggio le cose?”.

Fonte Radio Free Asia,Asia News

Traduzione art. RFA Laogai Research Foundation Italia ONLUS

English article, RFA 2016-02-09:

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