Un cappio in Cina
Il Paese appare in preda a una morsa repressione politica: dissidenti sono arrestati, opinioni stravaganti vengono tacitate. Tutto deve essere calmo in questo anno a rischio.
La parola d’ordine a Pechino per il pericoloso 2009 sembra essere “soffocare sul nascere le proteste”. Gli appuntamenti a rischio dell’anno sono molti (vedi http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&ID_articolo=298&ID_sezione=437&sezione= ) e la situazione interna e internazionale del lavoro rende poi la situazione estremamente instabile e gli animi infiammabili (vedi http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&ID_articolo=302&ID_sezione=180&sezione= ).
Per questo il governo non ha dato tempo al tempo e si è messo alacremente al lavoro. Secondo le denunce di varie organizzazioni umanitarie oltre cento dissidenti sono stati messi sotto sorveglianza, perché colpevoli di avere firmato un documento, la Carta del 2008, che chiedeva maggiore democrazia.
Un dissidente, Wang Rongqing, che stava continuando a lavorare all’organizzazione di un nuovo partito in Cina, il Partito democratico, dopo che questo era statao proibito, è stato condannato a sei anni di prigione per sovversione contro lo stato. Si tratta di un avvertimento a chi ancora cerca di mettere insieme organizzazioni che possano sfidare il monopolio del partito comunista.
Bullog.cn, forse la piattaforma blog più influente e prestigiosa della Cina, su cui scrivevano molti intellettuali cinesi, tra cui alcuni firmatari della Carta 2008, è stata chiusa. Non c’è un motivo ufficiale ma è facile indovinare che il governo vuole limitare lo spazio di diffusione di argomenti incendiari in un momento particolare per il Paese.
Inoltre, il governo ha lanciato una campagna per mettere sotto controllo le messaggerie Msn o quella di Google o alcune locali cinesi per verificare che non portino contenuti “volgari”.
Le messaggerie sono da anni lo strumento più efficiente e anonimo per passare messaggi sovversivi, e il governo evidentemente vuole impedire che in un momento delicato come questo qualcuno le usi per organizzare proteste e dimostrazioni.
Arrivano poi voci di centinaia di fermi di gente che vorrebbe offrire petizioni, e invece viene trattenuta e bloccata.
Così la Cina appare come un mostruoso Giano bifronte, dove il governo da una parte promette democratizzazione ma d’altra parte arresta e punisce con crudeltà chi vorrebbe giustamente approfittare di questa “democratizzazione”. Appare un turpe inganno o una follia. Ma come si sa, anche nella follia c’è metodo.
Il sito Bullog.cn, l’uso delle messaggerie, l’attività degli intellettuali precedente a questa chiusura rivela una realtà complessa e frastagliata della Cina dove opinioni diverse hanno una cittadinanza crescente e sono di fatto sempre più tollerate.
D’altro canto in questo momento delicato il governo teme l’effetto di una pericolosa spirale tra eventi interni ed esterni che possa scuotere il Paese. Il recente attentato di Mumbai è stato un grande campanello di allarme.
“Se una cosa del genere, a livello molto minore, fosse capitato in Cina, magari a Shanghai, diciamo dieci commando armati che sparavano sulla folla a Pudong facendo 10 morti, tutti avrebbero gridato alla fine della Cina, al crollo del Paese, alla prossima fine del governo. Queste reazioni e commenti avrebbero innescato ovvie destabilizzanti reazioni interne a livello alto e basso,” racconta frustrato un funzionario cinese.
“Invece in India c’è stato un attacco senza precedenti – prosegue il funzionario – con centinaia di commando, 300 morti, complicità di servizi segreti stranieri ma nessuno mette in dubbio la solidità del Paese India o del governo di New Delhi. Questo oggettivamente aiuta l’India a superare la poderosa crisi. Perché l’India ha questo trattamento ‘di favore’ dalla stampa internazionale e la Cina no?”
“Poi siamo sicuri che effettivamente la Cina sarebbe stata destabilizzata anche da un attentato più grande di quello di Mumbai? Il regime di Mao è sopravvissuto alla immane tragedia di 30 milioni di morti durante il Grande Balzo in Avanti, alla fine degli anni ’50, e subito dopo, nel 1962, ha vinto una breve ma violenta guerra proprio contro l’India. Inoltre, il governo di oggi, secondo vari sondaggi di opinioni ha un consenso popolare enorme, senza precedenti probabilmente nella storia della Cina.”
Il timore allora diventa non il “reale” pericolo di destabilizzazione quanto la perdita di faccia a cui la stampa straniera sottopone la leadership, e poi come questa “perdita di faccia” possa essere giocata nella complessa e oscura partita politica interna al partito.
A Pechino così temono il linciaggio mediatico straniero anche perché di fronte a questo la Cina è inerme, visto che i suoi media, non liberi, non hanno un “potere di fuoco” o una credibilità simile a quella di tanti media stranieri.
Così, non resta che la vecchia via: gli arresti, le chiusure dei blog, fin quando altri blog nasceranno e si moltiplicheranno, gli intellettuali fuggiranno a un controllo e prima o poi qualcuno in Cina si deciderà a rompere il nodo gordiano che questo sì potrebbe strangolare la dirigenza cinese.
La Stampa, 11 Gennaio 2009





















