“Ni” della Cina alla richiesta di Obama di sanzioni contro Teheran

Con riluttanza e ponendo pesanti condizioni la Cina sembra giunta ad accettare l’idea di nuove sanzioni internazionali contro l’Iran. Resta da vedere se i “sì, ma” fatti trapelare da Pechino non finiranno col togliere peso effettivo alle misure che gli Stati Uniti si preparano a proporre. Fino ad essere un “no” mascherato.

La questione del nucleare iraniano ha finito col prevalere, ieri, nella giornata di apertura del summit sulla sicurezza nucleare voluto da Barack Obama e che vede riuniti a Washington i leader di 47 Paesi, per quello che è il maggiore vertice internazionale ospitato negli Stati Uniti dal 1945, quando fu decisa la fondazione dell’Onu. Anche se oggi il rappresentante di Teheran all’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, Ali-Asghar Soltaniyeh, ha detto alla ufficiale IRNA che “gli Stati Uniti hanno invitato solo un piccolo numero di Paesi alla conferenza di Washington, allo scopo di ingannare l’opinione pubblica mondiale”.

In attesa delle conclusioni, previste per oggi pomeriggio, qualche risultato Obama lo ha raggiunto, come l’impegno dell’Ucraina di eliminare a partire dal 2012 le proprie scorte di uranio arricchito, utlizzabile a scopi militari.

Ma l’obiettivo del Nuclear Security Summit voluto da Obama è evitare che l’atomica finisca in mano a gruppi terroristi – ieri un esperto americano di antiterrorismo, John Brennan, ricordava che da 15 anni al-Qaeda cerca di procurarsi materiale per costruire una bomba nucleare – e a tale scopo arrivare a un accordo grazie al quale entro i prossimi quattro anni le scorte di uranio altamente arricchito in ogni parte del mondo siano soggette a misure di sicurezza estremamente rigide.

Si tratta anche di evitare che Paesi come l’Iran e la Corea del Nord – entrambi non invitati – possano entrare in possesso di un’arma atomica. In tale prospettiva Obama ora cerca l’accordo internazionale per nuove sanzioni contro Teheran. E la Cina di Hu Jintao è il maggior ostacolo, in quanto la sua fame di energia la rende fortemente interessata al petrolio e al gas iraniano.

Ieri, dopo 90 minuti di colloquio tra Obama e Hu Jintao, la Casa Bianca ha affermato che “i due presidenti hanno concordato che le due delegazioni lavorino insieme sulle sanzioni”. Il portavoce Jeff Bader ha parlato di “nuovo segno di unità internazionale”, ma, sul piano concreto, si è limitato a un più prudente “abbiamo cominciato a lavorare e continueremo nei prossimi giorni e settimane”. E il portavoce cinese, Ma Zhaoxu, non ha neppure nominato le sanzioni.

Ma da Pechino il portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, ha dichiarato che “la Cina continua a ritenere che il dialogo e il negoziato siano il modo migliore per affrontare il problema. Pressioni e sanzioni non potranno risolverlo alla base”. Fonti diplomatiche cinesi hanno fatto sapere che l’ambasciatore cinese all’Onu, Li Baodong, pur non avendo discusso concretamente il testo sulle sanzioni che gli americani stanno facendo circolare, si è detto contrario al bando degli investimenti esteri nel settore energetico iraniano. Questo però è il punto più forte delle sanzioni, in quanto Teheran, pur essendo uno dei massimi produttori mondiali di petrolio, ha interesse ad allargare le ricerce energetiche – e la Cina vi è cointeressata – e non ha, ad esempio, raffinerie sufficienti al suo fabbisogno, per cui importa benzina.

Con i cinesi sembrano schierarsi anche il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il premier turco Recep Tayyip Erdogan, che hanno parlato di “soluzione diplomatica” della questione iraniana. Erdogan ha aggiunto che il suo Paese non vuole che l’Iran o “altri Paesi” abbiano armi atomiche. Frase nella quale si vede un nuovo riferimento ad Israele, il primo ministro del quale, Benjamin Netanyahu, ha evitato di essere personalmente presente a Washington.

La prospettiva, ad ora, appare insomma fluida, in attesa delle conclusioni e dei successivi, prevedibili negoziati tra Cina e Stati Uniti, che hanno in ballo anche questioni finanziarie, legate alla sottovalutazione della moneta cinese.

Fonte: AsiaNews, 13 aprile 2010

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